IF · Tra cielo e terraCrescere nella connessione e nella consapevolezzaRenato Rossi
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Copertina di IF – Un ponte tra cielo e terra

IF – Un ponte tra cielo e terra

IF — E se…?

Leggi con calma scorrendo verso il basso.

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Indice
  1. IF – Un ponte tra cielo e terra
  2. Un dono
  3. Al lettore
  4. Il percorso attraverso IF
  5. La domanda che è rimasta
  6. Il bambino che poteva fluttuare
  7. Il cielo sopra Liegi
  8. La piramide tra terra e cielo
  9. Pietre e mondi perduti
  10. Persone che hanno osato pensare oltre
  11. Coincidenze, intuizione e numeri
  12. Marco e il legame che rimane
  13. Le migliaia di conversazioni
  14. Ciò che restituiamo al mondo
  15. Il ponte aperto

IF – Un ponte tra cielo e terra

Un ponte tra cielo e terra

IF — E se…?

La piramide dorata IF davanti al globo terrestre

Renato Rossi

IF

Un ponte tra cielo e terra

IF — E se…?

Riscritto a partire da un manoscritto cartaceo, poi perduto, risalente al 2000 circa

Versione di lavoro 2026

Immagine in bianco e nero di un vecchio albero accanto a un fiume, con un ponte di pietra e il cielo aperto

Un dono

IF è scritto per tutti coloro che osano ancora dubitare, cercare e sognare. Il mio desiderio è semplice: che queste pagine lascino un po’ di spazio alle vostre domande.

IF — E se…?

Renato Rossi

Al lettore

Questo libro non comincia con una risposta. Comincia con due lettere che mi accompagnano da più di venticinque anni. Per me IF significa: e se? È una piccola domanda capace di contenere una vita intera.

Condivido ricordi che mi hanno formato, domande rimaste aperte e sogni che mi hanno aiutato a ricominciare. Non dovete fare vostri i miei pensieri. Leggeteli come un invito a non perdere la vostra capacità di meravigliarvi.

Le mie esperienze sono il filo conduttore. Le piramidi, i megaliti, le civiltà perdute e i pensatori fuori dal comune vi si affiancano come finestre. Insieme costruiscono un ponte tra ciò che conosciamo e ciò che osiamo ancora immaginare.

Se questo libro vi permetterà, anche solo per un istante, di pensare più liberamente, IF avrà raggiunto il suo scopo.

Il percorso attraverso IF

1 La domanda che è rimasta

2 Il bambino che poteva fluttuare

3 Il cielo sopra Liegi

4 La piramide tra terra e cielo

5 Pietre e mondi perduti

6 Persone che hanno osato pensare oltre

7 Coincidenze, intuizione e numeri

8 Marco e il legame che rimane

9 Le migliaia di conversazioni

10 Ciò che restituiamo al mondo

11 Il ponte aperto

IF — E se…? Undici capitoli e centodieci pagine nell’edizione olandese, intorno a un’unica domanda aperta.

La domanda che è rimasta

Il manoscritto è andato perduto, ma le due lettere IF hanno continuato a vivere dentro di me.

IF — E se…?

Il manoscritto perduto

Intorno al 2000 scrissi un libro su carta. Gli avevo dato il titolo inglese più breve che riuscissi a immaginare: IF. Due lettere, una porta aperta. In seguito il manoscritto andò perduto.

L’ho cercato, ma non l’ho mai ritrovato. Eppure il pensiero da cui era nato si è rivelato più forte della carta sulla quale lo avevo scritto. La prima domanda sembrava semplice: e se il mondo fosse rotondo? Quella frase non era una lezione di geografia.

Era un’immagine di tutto ciò che un tempo sembrava impossibile, finché qualcuno non aveva osato pensare diversamente. Ciò che oggi consideriamo ovvio è cominciato spesso come un dubbio, un’intuizione o una domanda per la quale non c’era ancora spazio.

Due piccole lettere

Con IF non voglio dire a nessuno in che cosa debba credere. Voglio aprire uno spazio tranquillo nel quale una persona possa lasciare per un momento liberi i propri pensieri. Non ogni ipotesi deve diventare subito una conclusione. Non ogni sogno richiede una spiegazione.

A volte la domanda stessa ha già valore, perché ci invita a guardare di nuovo. Il Renato che oggi riscrive questo libro è più anziano dell’uomo che preparò il primo manoscritto. Da allora ho costruito e perduto, amato e detto addio. Ho dovuto imparare a vivere senza Marco.

Ho visto nascere e scomparire la Piramide di Vetro. Ho avuto migliaia di conversazioni. Tutto questo ha dato a IF una profondità maggiore. La domanda originaria è rimasta la stessa, ma la mia vita l’ha arricchita.

Guardare di nuovo il mondo

Questo libro è un ponte tra il dubbio e la realtà. Da una parte c’è ciò che possiamo vedere e toccare. Dall’altra vivono i nostri sogni, le nostre intuizioni e quelle esperienze per le quali, a volte, le parole non bastano. Su quel ponte non dobbiamo scegliere da quale parte fermarci per sempre.

Possiamo camminare, sostare e guardarci intorno. In La mia vita ho raccontato il percorso che mi ha formato: le mie radici italiane, l’infanzia, la famiglia e gli anni in cui, tra cadute e ripartenze, cercavo il mio posto come imprenditore. È stata una vita fatta di costruire, tentare, perdere e ricominciare. Dietro ogni progetto c’erano delle persone.

Il dubbio come spazio aperto

Dietro ogni decisione viveva la speranza di realizzare qualcosa di buono per la mia famiglia e per chi incontravo sul mio cammino. Chi ha letto quel primo libro ricorda anche il posto di Marco nella mia vita. Era mio figlio, ma anche una persona con cui condividevo idee, lavoravo e potevo discutere per ore. Ci ritrovavamo nella curiosità per la tecnica e per tutto ciò che poteva ancora diventare possibile.

La sua morte ha lasciato un silenzio che né il lavoro né nuovi progetti potevano colmare. Il mio interesse per l’invisibile, tuttavia, non comincia con quella perdita. Esisteva già quando, da bambino, vivevo esperienze che non sapevo spiegare.

La mia vita tra allora e oggi

Più tardi arrivarono altri avvenimenti, sogni e osservazioni che continuarono a interrogarmi. Mentre la vita quotidiana ruotava intorno alla famiglia e al lavoro, sullo sfondo rimanevano domande alle quali non trovavo una risposta semplice. In questa parte concedo loro più spazio. Che cos’è la coscienza?

Perché certe esperienze rimangono con noi per tutta la vita? Come custodiamo l’amore per qualcuno che non c’è più? E come ritroviamo, con il nostro dolore e la nostra incertezza, il coraggio di andare avanti? Tra cielo e terra nasce dalla stessa vita che ho raccontato in precedenza.

Restano presenti i ricordi dei miei genitori, il legame con Dorina, i miei figli e nipoti, la collaborazione con Marco e gli anni difficili.

Sognare senza obblighi

Sono il terreno su cui poggia la mia ricerca. Il lettore riconoscerà la persona che parlava nel racconto autobiografico precedente. Racconto le mie esperienze particolari, il mio interesse per la numerologia e le tante conversazioni nelle quali le persone hanno condiviso con me domande e sofferenze. Voglio continuare a distinguere ciò che ricordo dal significato che gli attribuisco personalmente.

Non posso spiegare o dimostrare tutto ciò che mi ha profondamente colpito. Il lettore può guardarlo in modo diverso. Non chiedo di essere d’accordo, ma di prestare attenzione a una testimonianza personale. La storia della mia vita e la mia ricerca spirituale appartengono allo stesso cammino.

Il ponte comincia

In entrambe cerco ciò che sostiene un essere umano: l’amore, il legame con gli altri, la responsabilità e la capacità di ricominciare. Se queste pagine mi hanno insegnato qualcosa, è che la mia attenzione per l’invisibile deve trovare un significato anche nella cura delle persone che oggi mi stanno accanto. Per questo vi accompagno da La mia vita a Tra cielo e terra. Con i ricordi che porto con me, le domande rimaste aperte e la speranza che un racconto condiviso permetta a un’altra persona di riconoscervi qualcosa di sé.

Questo libro nasce dalla mia vita. Dalle persone che ho amato, da ciò che ho costruito e perduto, e da esperienze per le quali non sempre ho trovato le parole giuste.

Una domanda per il lettore

Alcuni ricordi hanno una data. Altri continuano a vivere soprattutto in una sensazione: meraviglia, pace, mancanza o il sospetto che ci sia più da scoprire di quanto vediamo a prima vista. In La mia vita ho raccontato la mia famiglia, le radici italiane, l’infanzia in Belgio, il lavoro e le persone che mi hanno formato. Con questo libro voglio mostrare quella stessa persona dall’interno.

L’imprenditore che ricominciava ogni volta, il padre a cui manca Marco e il bambino che si meravigliava non sono persone separate. Appartengono l’uno all’altro. Le loro esperienze formano insieme il ponte che qui cerco di descrivere.

E se

Da una parte di quel ponte c’è la terra: la vita quotidiana, la responsabilità, le relazioni, il corpo e la cura reciproca. Dall’altra ci sono le domande che associo alla parola cielo: che cos’è la coscienza, che cosa significa l’amore, che cosa rimane quando qualcuno muore, e come facciamo spazio a qualcosa che viviamo intensamente ma non comprendiamo del tutto? Tra queste due sponde si trova la mia ricerca. Non scrivo perché sappia rispondere a ogni domanda.

Scrivo perché tacere su ciò che mi ha toccato lascerebbe non raccontata anche una parte della mia vita. Le mie esperienze non devono essere comprese da tutti nello stesso modo. Qualcuno vi si riconoscerà. Un altro cercherà spiegazioni diverse.

Entrambi sono benvenuti come lettori. Per questo lascio convivere in queste pagine il mio racconto e l’approfondimento. Prima racconto ciò che ricordo. Poi concedo più spazio alle domande che ne nascono.

A volte un’esperienza richiama ciò che altri chiamano esperienza fuori dal corpo, coincidenza significativa o intuizione. Quel riconoscersi è l’inizio di una conversazione. Non stabilisce una volta per tutte la spiegazione.

IF — E se…?
Quale domanda della vostra vita merita di trovare di nuovo spazio?

Il bambino che poteva fluttuare

La mia prima esperienza con l’invisibile è arrivata prima che conoscessi le parole per descriverla.

IF — E se…?

Un ricordo d’infanzia

Le mie prime domande sull’invisibile non sono nate in una biblioteca. Sono nate nel mio lettino. Non conoscevo parole difficili e non avevo bisogno di una teoria. Vivevo qualcosa che, allora, mi sembrava un gioco.

Solo molti anni dopo cominciai a chiedermi quale nome gli avrebbero dato gli altri. Il bambino dentro di me era più libero dell’adulto che, in seguito, avrebbe cercato spiegazioni. Quel bambino non giudicava l’esperienza. Sentiva tranquillità, leggerezza e meraviglia.

Quando oggi torno con il pensiero a quel ricordo, voglio conservare qualcosa di quella semplice apertura. Anche l’intensa notte dopo la crisi del 1981 mi ha fatto sentire che un’esperienza può essere, allo stesso tempo, inspiegabile e profondamente significativa.

Sopra il mio letto

La pace che sentii allora non nasceva da un ragionamento. C’era. La sua influenza è rimasta nella mia vita successiva e nel coraggio con cui ho ricominciato. Per questo IF non chiede soltanto che cosa possa essere accaduto.

Chiede anche che cosa un’esperienza possa cambiare in una persona. Forse una parte della realtà risiede nelle conseguenze che lascia: più amore per la vita, meno paura e il desiderio di rialzarsi. Alcuni ricordi della mia infanzia sono sbiaditi. Questo è rimasto.

Ero ancora un bambino piccolo; non ricordo più l’età precisa. Forse cinque o sei anni, forse un po’ di più.

La donna anziana

Quando la sera ero a letto, potevo avere la sensazione che il mio corpo diventasse sempre più leggero. Mi sembrava di uscirne e di fluttuarvi sopra. Vedevo la mia stanza, il mio letto e me stesso disteso. Accadde molte volte.

Conoscevo la sensazione che precedeva quel momento e a volte cercavo di richiamarla. Per il bambino che ero, era un gioco. Non avevo paura. Sentivo libertà e una profonda tranquillità.

Di una di quelle esperienze ricordo una donna anziana. Non parlava e non sapevo chi fosse. La sua presenza non mi spaventava; trasmetteva calma.

La libertà di un bambino

Oggi non so dire se appartenesse a un sogno, alla mia immaginazione o a qualcos’altro. Allora non conoscevo espressioni come esperienza extracorporea. Non avevo letto nulla sulla coscienza o sulle esperienze di premorte. Solo molto più tardi scoprii descrizioni nelle quali riconoscevo qualcosa: soprattutto la pace e l’assenza di paura.

Altri racconti non assomigliavano affatto a ciò che ricordavo. Da adulto mi sono spesso chiesto che cosa succedesse. Sognavo? Mi trovavo tra il sonno e la veglia?

Era l’immaginazione di un bambino? Non ho una risposta definitiva. Ciò che per me è certo è quanto tutto sembrasse naturale e tranquillo. Forse questo ricordo ha alimentato anche la mia curiosità: il desiderio di guardare oltre ciò che è immediatamente visibile.

La notte dopo la crisi

Mi ha reso sensibile alle domande sulla coscienza, sull’intuizione e sul significato della nostra esistenza. Quando ripenso a quel bambino, vedo soprattutto la differenza tra allora e oggi. L’uomo adulto cerca una spiegazione. Il bambino giocava.

Voglio custodire quel ricordo senza renderlo più grande o più certo di quanto sia. Anche questo appartiene alla mia vita. Dopo la crisi del 1981 mi trovavo in uno dei periodi più duri della mia esistenza. Durante il giorno cercavo soluzioni.

Dovevo ricominciare. Volevo restare forte per la mia famiglia. Ma di notte portavo con me tutta la tensione. In quel periodo vissi un’esperienza che non mi ha mai più lasciato.

Cominciò con un’esplosione.

Una pace senza condizioni

Vidi il mio corpo cadere alcuni metri più in là, spinto dalla sua forza. Ma non sentivo dolore. Al contrario. Nello stesso istante provai una tranquillità incredibile.

Una sensazione di beatitudine che non avevo mai conosciuto. Mi trovavo fuori dal mio corpo. Senza peso. Leggero come una piuma.

Dall’alto vedevo delle persone avvicinarsi al mio corpo. C’erano anche medici che cercavano di rianimarmi. Vedevo tutto ciò che facevano. Gridavo che stavo bene.

Che non ero lì disteso. Che ero sopra di loro. Ma nessuno mi sentiva. Cercavo di toccarli.

Le mie mani attraversavano i loro corpi. Non sentivano nulla. Continuavo a gridare, ma per loro, in quel momento, non esistevo. Poi l’esperienza cambiò.

Cominciai a volare.

Di nuovo nel mio corpo

Libero come un’aquila mi muovevo sopra il mondo. Mi spostavo a una velocità che non so descrivere. Eppure non c’era paura. Soltanto libertà.

Soltanto pace. La terra appariva diversa dalla vita di tutti i giorni. Il cielo era di un azzurro straordinariamente intenso. L’erba sotto di me aveva un verde luminoso, quasi fluorescente.

Vedevo colori di cui non conoscevo il nome. Tutto era più puro, più nitido e più vivo di quanto i nostri occhi percepiscano normalmente. Mi sentivo completamente felice. Non il genere di felicità che nasce quando qualcosa va bene.

Era una felicità senza condizioni. Una pace profonda nella quale non esistevano paura, dolore o preoccupazioni. Non avevo mai provato niente di simile. E non sono mai più riuscito a ritrovare pienamente quella sensazione.

La forza di ricominciare

Alla fine sentii di tornare molto dolcemente nel mio corpo. Come una piuma leggera che scende lentamente e ritrova il proprio posto. Poi mi svegliai. Piangevo.

Non di tristezza. Piangevo perché l’esperienza era sembrata così intensa e così reale. Una parte di me non voleva perdere quella pace. Un’altra capiva che ero tornato alla vita ordinaria, con tutte le preoccupazioni che mi aspettavano.

Era un sogno? Era un’esperienza tra sonno e veglia? Era la mia coscienza che, sotto la pressione di quel periodo difficile, creava un’altra realtà? Oppure per un istante avevo sfiorato qualcosa che ancora non comprendiamo del tutto?

Non lo so.

Ciò che un’esperienza lascia

Non voglio fingere una certezza che non possiedo. Ma so ciò che ho vissuto. Questa esperienza è penetrata profondamente nella mia memoria. La porterò con me per tutta la vita.

Mi diede anche qualcosa di cui allora avevo molto bisogno. Forza. Dopo la crisi dovevo imparare di nuovo a credere che una caduta non fosse necessariamente la fine. Nella mia esperienza vedevo il corpo cadere, ma la coscienza saliva.

Forse non era una previsione né un messaggio proveniente dall’esterno. Forse era il mio mondo interiore a farmi sentire che, dopo la distruzione, rimaneva ancora spazio. Spazio per ricominciare. Spazio per vivere.

Qualunque sia la spiegazione, la pace che provai ha cambiato il mio modo di guardare la vita e la morte. Non mi sono messo a cercare la morte. Ho cominciato, invece, ad apprezzare la vita più intensamente. Perché quando una persona, anche nella sua oscurità più profonda, intravede ancora un barlume di luce, quel solo ricordo può bastare per rialzarsi.

IF — E se…?
Quale ricordo ha cambiato il vostro modo di guardare la vita?

Il cielo sopra Liegi

Quattro oggetti silenziosi nel cielo della sera hanno lasciato una domanda che non è mai scomparsa.

IF — E se…?

Febbraio 1982

Nel febbraio del 1982, sopra Liegi, osservai a lungo quattro oggetti silenziosi a forma di disco. Mi colpii il viso per essere sicuro di essere sveglio. Gli oggetti rimanevano visibili. Quella sera non mi diede una spiegazione definitiva, ma una domanda che sarebbe rimasta.

So quanto facilmente le persone si giudichino quando qualcuno racconta qualcosa di insolito. Per questo ho aspettato a lungo prima di osare condividere pienamente quell’esperienza. Il ricordo non scomparve. La forma, la luce, il silenzio e il mio stupore rimasero dentro di me.

IF dà un posto anche a esperienze come questa.

Quattro oggetti in fila

Non per trasformare un’osservazione in una teoria, ma per raccontare con sincerità ciò che una persona ha visto e provato. Il lettore può poi seguire i propri pensieri. La libertà vale in entrambe le direzioni: io posso raccontare e l’altro può guardare diversamente. Forse il cielo sopra di noi non è soltanto uno spazio da misurare.

Forse è anche uno specchio della nostra curiosità. Appena alziamo lo sguardo ci rendiamo conto di quanto sia piccolo il mondo che conosciamo e di quante domande rimangano aperte. Ciò che vidi nel febbraio del 1982 sopra Liegi non era soltanto una luce vaga nel cielo.

Il silenzio sopra la città

Erano circa le 17.30, al tramonto. Avevo finito la giornata di lavoro e mi dirigevo da mio fratello Mario, che abitava al terzo piano di un palazzo a Liegi. Mi trovavo a circa cinquecento metri da casa sua. Tra le nuvole si vedeva una zona di cielo libero.

Lì vidi all’improvviso quattro oggetti. Quattro oggetti volanti distinti. Erano uno accanto all’altro, in fila. Erano rotondi, a forma di disco, e sembravano fatti di metallo lucente.

Venti minuti a guardare

La luce del sole al tramonto si rifletteva sulla parte inferiore e dava loro colori diversi. Riuscivo a distinguere forme che assomigliavano a finestre o aperture. Secondo la mia stima, gli oggetti avevano un diametro di circa venti metri. Non sentivo motori.

Non facevano alcun rumore. Riuscivo appena a credere a ciò che vedevo. Fermai la macchina. Per essere sicuro di essere sveglio e di non immaginare tutto, mi colpii il viso.

Ma gli oggetti restavano lì sospesi. Quattro grandi dischi metallici lucenti. Uno accanto all’altro. In perfetto silenzio.

Continuai a guardare.

Portare da soli un’esperienza

Ebbi l’impressione che l’osservazione durasse circa venti minuti. In quel tempo il resto del mondo sembrava scomparire. Era come se per un momento mi staccassi da tutto ciò che mi circondava. La mia percezione del tempo cambiò.

Vedevo soltanto quei quattro oggetti. Mi colpì particolarmente il modo in cui si muovevano. Finché mi spostavo, sembravano adattare la loro posizione ai miei movimenti. Quando cambiavo posto, cambiava anche la loro posizione.

Quando andavo più veloce, sembravano muoversi più velocemente anche loro. Era come se reagissero alla mia presenza.

Raccontare senza giudicare

Come se sapessero che li vedevo. I loro movimenti non assomigliavano a quelli di un aereo. Potevano cambiare direzione all’improvviso. Compivano angoli netti in un modo che non avevo mai visto fare a un velivolo.

Non c’era una curva graduale. Nessuna accelerazione udibile. Nessun rumore di motore. E poi scomparvero.

Non lentamente. Non perché fossero volati dietro una nuvola. Non perché diventassero sempre più piccoli in lontananza. In una frazione di secondo i quattro dischi non c’erano più.

Rimasi a chiedermi che cosa avessi appena visto.

Il cielo sconosciuto

Il giorno dopo cercai sui giornali. Mi aspettavo che altre persone avessero osservato la stessa cosa. Quattro oggetti di quelle dimensioni non potevano essere apparsi sopra Liegi senza che nessun altro li notasse, pensavo. Ma non trovai alcuna notizia.

Sembrava che nessuno ne scrivesse. Questo rendeva l’esperienza ancora più enigmatica. C’era, inoltre, qualcosa che era successo a casa mia circa un mese prima. In posti diversi avevo visto quattro macchie rotonde.

Avevano tutte la stessa forma, ma erano state prodotte da sostanze diverse. Una sembrava di inchiostro. Una di caffè. Una di vino.

Spazio per uno sguardo diverso

Della quarta non ricordo più l’origine. In quel momento non sapevo attribuire loro un significato. Soltanto dopo aver visto i quattro dischi sopra Liegi mi colpì la somiglianza tra quelle quattro impronte rotonde e la forma degli oggetti nel cielo. Era un segnale che volevano mandarmi?

Non lo so. Non affermo di poter dimostrare un collegamento. Ma non voglio nemmeno cancellarlo dal mio racconto. Accadde.

Proprio come, per me, accadde davvero l’osservazione sopra Liegi.

E se non fossimo soli

Quando in seguito vidi il film di Steven Spielberg Incontri ravvicinati del terzo tipo, ne fui particolarmente colpito. Nella storia riconoscevo qualcosa del mio stupore e della mia impotenza. La sensazione di aver visto qualcosa fuori dagli schemi ordinari, mentre parole e prove non bastavano. Dopo più di quarant’anni non so ancora da dove venissero quei quattro dischi né che cosa, precisamente, abbia osservato.

È rimasto il ricordo della loro forma, del silenzio e della scomparsa improvvisa. E dopo circa venti minuti scomparvero in una frazione di secondo. Non devo convincere nessuno. Ma non voglio più ridimensionare la mia esperienza soltanto per renderla più facilmente accettabile agli altri.

Racconto solo ciò che ho visto con i miei occhi. Quattro dischi sopra Liegi. Un avvenimento per il quale, ancora oggi, non ho trovato una spiegazione.

IF — E se…?
Che cosa raccontereste se non aveste paura di essere giudicati?

La piramide tra terra e cielo

La piramide è diventata per me una forma nella quale si incontrano il costruire, il cercare e il guardare verso l’alto.

IF — E se…?

La forma che mi chiamava

La forma della piramide mi ha sempre attirato. Poggia larga sulla terra e allo stesso tempo si slancia verso l’alto. Per me è diventata l’immagine di una persona che deve restare ben salda, mentre i suoi pensieri possono spingersi più lontano. Quando costruimmo la Piramide di Vetro a Lummen, lo facemmo a partire dal mio lavoro e dal desiderio di rendere visibili nuove tecniche.

Eppure quell’edificio portava anche qualcosa della mia ricerca interiore. Nel vetro, nella luce e nello spazio vedevo un legame tra il concreto e ciò che non era ancora realizzato. Marco faceva parte di quel mondo. Condividevamo idee e riflettevamo insieme su ciò che tecnica, immagini e immaginazione potevano rendere possibile.

Così la piramide diventò più di un edificio.

Le piramidi d’Egitto

Diventò un luogo in cui il nostro pensiero comune prendeva forma. Le piramidi antiche suscitano altre domande. Chi ne guarda le dimensioni, l’ordine e la durata sente quanto sia breve una vita umana. I secoli passano, le civiltà cambiano e quelle forme restano in piedi.

Ci riportano a un pensiero semplice: che cosa vogliamo costruire che duri più del nostro tempo? Il mio interesse per l’invisibile è cominciato molto prima della morte di Marco. Da bambino conoscevo le esperienze già descritte: la sensazione di essere fuori dal corpo, senza paura. Con gli anni sono arrivate le domande.

Che cos’è la coscienza? Che cosa significano i nostri sogni? Come comprendiamo qualcosa che viviamo intensamente, ma non sappiamo spiegare?

Una costruzione piena di domande

Negli anni più intensi della mia attività professionale quelle domande passavano talvolta in secondo piano. C’erano il lavoro, i progetti e la mia famiglia aveva bisogno di me. Eppure restavano presenti. Dopo la perdita di Marco hanno toccato la parte più profonda della mia esistenza.

Dove va l’amore quando qualcuno muore? Come si continua a vivere con una mancanza così grande? Ho ripreso a leggere, cercare e ascoltare. In diverse visioni della vita riconoscevo temi che sentivo vicini: amore, speranza, compassione e legame con gli altri.

Non ho trovato una risposta che cancellasse tutte le altre domande. Ho però trovato parole e pensieri che mi aiutavano a portare il dolore. A poco a poco la spiritualità ha assunto per me un significato molto concreto. Doveva avvicinarmi alla vita e alle altre persone.

La mia Piramide di Vetro

Che senso ha parlare dell’invisibile se non vedo davvero la persona che ho davanti? La mia ricerca acquistava valore quando mi aiutava ad ascoltare, a giudicare meno in fretta e ad amare con più attenzione. Questo non cancella la mia fiducia in un legame più profondo. Non posso dimostrare come Marco esista dopo la morte.

Ma il mio legame con lui è rimasto parte della vita quotidiana. Riconosco qualcosa di lui in Chiara e Laura, nei racconti che condividiamo e nella curiosità che ci univa. Ci sono inoltre sensazioni ed esperienze che vivo e interpreto a modo mio. Non devo spiegare tutto per trovarvi un significato.

Costruire a Lummen

Le domande rimangono, accanto all’amore. Questa ricerca mi ha dato soprattutto il desiderio di vivere con più consapevolezza: prestare attenzione alle persone che ci sono e custodire il ricordo di quelle che mi mancano. È con questo spirito che racconto le esperienze seguenti. Chiedo al lettore spazio per la mia storia, così come voglio lasciarne alle sue convinzioni.

C’è una forma che continua ad attirarmi da moltissimo tempo: la piramide. Il mio interesse non è nato da un solo libro o da una sola teoria. È cresciuto dalla semplice meraviglia che, migliaia di anni fa, gli esseri umani siano riusciti a erigere costruzioni capaci ancora oggi di lasciarci senza parole. Quando guardo le piramidi d’Egitto non vedo soltanto pietra.

Insieme a Marco

Vedo volontà umana, conoscenza, organizzazione e il desiderio di costruire qualcosa che sopravviva al tempo. La Grande Piramide di Giza è per me il simbolo più forte di questo enigma. La ricostruzione storica la colloca nell’antico Egitto, nel mondo del faraone Cheope e dei complessi funerari reali. Ma anche conoscendo quel contesto storico, la mia meraviglia rimane.

Come hanno fatto a spostare quantità così enormi di pietra? Come hanno raggiunto quella precisione? Quali conoscenze avevano i costruttori delle forme, delle proporzioni, delle stelle e dei punti cardinali? Ogni spiegazione risponde a qualcosa e, nello stesso tempo, apre nuove domande.

Forse il mio interesse si è rafforzato anche perché la piramide è comparsa nella mia vita professionale.

Luce e tecnica

A Lummen costruimmo la Piramide di Vetro: un luogo in cui ceramica, presentazione, tecnologia e visione del futuro si incontravano. Era un progetto moderno, ma la forma portava con sé un’immagine molto più antica. Con la punta indicava l’alto e, nello stesso tempo, rimaneva saldamente appoggiata alla terra. Senza che allora lo esprimessi pienamente in questi termini, diventò per me il simbolo del ponte che oggi cerco di descrivere.

Anche Marco faceva parte di quel mondo. Parlavamo di tecnica, innovazione e di ciò che poteva ancora diventare possibile. La piramide rappresentava il nostro impulso a guardare oltre ciò che già esisteva. Oggi quella forma acquista per me anche un altro significato.

Ciò che rimane in piedi

La base larga mi ricorda tutto ciò di cui abbiamo bisogno qui sulla terra: famiglia, lavoro, responsabilità e fiducia. La punta mi ricorda il desiderio di crescere, cercare e avvicinarsi a qualcosa dell’invisibile. Il mio interesse per questi argomenti talvolta assomigliava a un’ossessione. Quando una domanda mi toccava, volevo leggere tutto e mettere a confronto spiegazioni diverse.

Cercavo somiglianze tra costruzioni, racconti antichi, numeri, forme ed esperienze umane. Non tutti i collegamenti si rivelavano altrettanto solidi, ma la ricerca stessa mi insegnava a guardare. Riconosco questo atteggiamento in tutta la mia vita. Come rappresentante non volevo sapere soltanto quanto costasse una piastrella, ma anche come fosse nata.

La punta e la base

Nelle macchine volevo capire che cosa ci fosse dietro l’aspetto esterno. Nel software volevo vedere come un’idea potesse diventare visibile prima di essere costruita davvero. La mia attenzione per le piramidi e i mondi perduti nasce dalla stessa sorgente: voglio sapere che cosa si trova dietro il racconto visibile. Non cerco una risposta che debba escludere tutte le altre.

Cerco un linguaggio in cui storia, conoscenza umana, sogno e spiritualità possano incontrarsi. Un sogno può dare una direzione. Una leggenda può custodire un’antica saggezza. Un edificio può suscitare domande anche migliaia di anni dopo.

Il loro valore non risiede soltanto in ciò che possiamo misurare, ma anche in ciò che risvegliano in noi. Per questo le piramidi, i megaliti, Atlantide, Lemuria e i racconti sulla Terra Cava appartengono al mio ponte tra cielo e terra. Parlano del bisogno umano di guardare oltre: verso l’alto, verso il basso, verso il passato e dentro di sé. Finché questa ricerca ci rende più umili, curiosi e attenti agli altri, continua ad avere significato per me.

IF — E se…?
Che cosa avete costruito che renda visibile qualcosa del vostro mondo interiore?

Pietre e mondi perduti

I megaliti e i racconti antichi aprono uno spazio in cui storia e immaginazione si incontrano.

IF — E se…?

Pietre che continuano a parlare

Le grandi pietre non hanno voce, ma possono far ascoltare a lungo una persona. In diverse parti del mondo si trovano megaliti sopravvissuti a generazioni. Il loro peso e la loro disposizione rendono visibili la pazienza, la collaborazione e la convinzione che un tempo gli esseri umani seppero riunire. Atlantide, Lemuria e i racconti di un mondo sotto i nostri piedi continuano a vivere in un altro modo.

Appartengono all’immaginazione, alla tradizione e al bisogno umano di intuire, dietro ciò che è noto, un’altra storia. Non li cerco per rinchiuderli in un’unica spiegazione. Ascolto ciò che risvegliano in noi. Forse i mondi perduti raccontano soprattutto qualcosa di noi stessi.

Megaliti in tutto il mondo

Sogniamo conoscenze andate perdute, un’armonia che vorremmo ritrovare e civiltà che hanno perso il proprio equilibrio. In questi racconti riconosciamo sia la nostra speranza sia la nostra responsabilità. Quando leggo di questi misteri mi sento di nuovo il ragazzo che voleva sapere che cosa si nascondesse dentro una macchina. La mia curiosità ha cambiato argomento, ma non origine.

Voglio capire come sia nato qualcosa e quale sogno umano lo abbia preceduto. Il mio fascino non si ferma all’Egitto. In tutto il mondo esistono pietre enormi che i popoli del passato hanno eretto, spostato o disposto con cura le une sulle altre.

Una collaborazione attraverso le generazioni

Stonehenge, i templi di Malta, le lunghe file di pietre di Carnac e innumerevoli dolmen e menhir mostrano che molto presto gli esseri umani sentirono il bisogno di creare luoghi monumentali. Quando vedo queste costruzioni, cerco di immaginare le persone che vi lavorarono. Non avevano gru moderne, camion o computer. Eppure riunivano comunità intorno a un progetto più grande di una sola vita.

Forse alcuni luoghi servivano alle sepolture o ai rituali. Forse seguivano il sole, le stagioni o punti importanti del paesaggio. Qualunque fosse il loro scopo preciso, le pietre raccontano che i nostri antenati non pensavano soltanto a sopravvivere. Cercavano anche un significato.

Atlantide

Questo mi tocca. Un megalite è pesante e immobile, eppure mette in movimento i pensieri. Chi scelse quella pietra? Chi stabilì il luogo?

Quante mani furono necessarie? Quali parole pronunciavano i costruttori mentre lavoravano? Vediamo il risultato finale, ma dietro ogni pietra si nasconde un mondo scomparso di persone, convinzioni e collaborazione. A volte si parla di tecniche dimenticate o di conoscenze andate in seguito perdute.

Non so quanto di tutto questo si potrà mai ritrovare con certezza. Per me il mistero non deve nemmeno scomparire del tutto. Può ricordarci che le persone del passato non erano semplici o ignoranti.

Lo specchio di una civiltà

Possedevano capacità, pazienza e un legame con l’ambiente che facilmente sottovalutiamo. Nessun racconto di civiltà scomparse ha colpito la mia immaginazione quanto Atlantide. Il nome ci giunge attraverso Platone che, nei dialoghi Timeo e Crizia, racconta di un potente regno insulare infine scomparso nel mare. Nel corso dei secoli Atlantide è diventata molto più di un racconto antico.

È diventata il simbolo di una grande civiltà che ha perduto il proprio sapere, il proprio equilibrio o forse la propria umiltà. Non mi affascina soltanto la domanda su dove possa essere stata Atlantide. Conta di più ciò che il racconto dice sull’essere umano.

Lemuria

Possiamo costruire, scoprire e raggiungere un alto livello di sviluppo. Ma quando il potere supera la saggezza, anche un mondo imponente può crollare. In questo senso Atlantide non è una storia conclusa di un lontano passato. È uno specchio in cui ogni generazione può guardare se stessa.

Ho spesso pensato che il fascino di Atlantide nasca da un sentimento profondamente umano: il sospetto che una parte delle nostre origini sia andata perduta. Forse non cerchiamo soltanto un’isola sommersa. Forse cerchiamo possibilità dimenticate dentro di noi: un altro rapporto con la natura, un legame più forte tra le persone e conoscenze non usate soltanto per dominare.

La Terra Cava

Anche Lemuria ha trovato posto nella mia ricerca. Il nome nacque nell’Ottocento, nel tentativo di spiegare la distribuzione di alcuni animali, molto prima che il movimento dei continenti fosse ben compreso. In seguito Lemuria acquistò una vita del tutto diversa nei racconti spirituali. Venne descritta come una terra scomparsa o come una civiltà in cui la coscienza, la natura e il legame reciproco avevano un ruolo importante.

È proprio quell’immagine successiva a parlare alla mia immaginazione. Non perché possa indicare una carta geografica sulla quale Lemuria sia esistita con certezza, ma perché il racconto esprime un desiderio. Il desiderio di una società in cui le persone non si pongano di fronte alla terra come qualcosa di separato, ma si sentano parte di essa.

Ciò che i mondi perduti custodiscono

Un mondo in cui la conoscenza proceda insieme alla cura e in cui non si misuri il progresso senza domandarsi che effetto abbia sulle persone e sulla natura. Atlantide e Lemuria vengono spesso nominate insieme, come se rappresentassero due ricordi di possibilità scomparse. Atlantide mi richiama la forza e il pericolo di un grande sviluppo. Lemuria evoca dolcezza, intuizione e legame.

Forse questi racconti parlano soprattutto di ciò che oggi ci manca e che speriamo di ritrovare. L’idea di una Terra Cava appartiene ai racconti più audaci che abbia incontrato. Parla di spazi nascosti, passaggi sconosciuti e talvolta persino di civiltà nelle profondità del sottosuolo.

Il viaggio interiore

La scienza descrive la Terra attraverso crosta, mantello e nucleo, studiati tramite onde sismiche, gravità e calore. Eppure l’immagine di un mondo sotto i nostri piedi conserva una forza straordinaria nei racconti, nei disegni e nei sogni. Che cosa vi attira le persone? Forse la stessa curiosità che ci fa guardare le stelle.

Sopra di noi si estende l’universo; sotto di noi c’è una profondità che abbiamo raggiunto direttamente solo in minima parte. Viviamo su un sottile strato esterno di un pianeta enorme. Questa sola consapevolezza basta a risvegliare l’immaginazione. Per me la Terra Cava non deve essere letta soltanto come un luogo letterale.

Può essere anche un’immagine del mondo nascosto nell’essere umano. Anche noi portiamo stanze che gli altri non vedono: ricordi, paure, desideri e forze di cui, a volte, non conosciamo ancora nemmeno l’esistenza. Chi osa viaggiare dentro di sé può incontrare un paesaggio sconosciuto.

IF — E se…?
Quale racconto antico vi fa ancora sognare?

Persone che hanno osato pensare oltre

L’immaginazione diventa potente quando aiuta una persona a guardare oltre i limiti del proprio tempo.

IF — E se…?

La libertà della mente

Alcune persone offrono ai loro contemporanei una finestra nuova. Non vedono necessariamente l’intero futuro, ma osano immaginare qualcosa che supera le abitudini dell’ambiente in cui vivono. La loro libertà aiuta anche gli altri a pensare più liberamente. Jules Verne faceva viaggiare i lettori verso luoghi che a molti sembravano irraggiungibili.

Non dimostrava che ogni immaginazione sarebbe diventata realtà. Mostrava però che un racconto può preparare la nostra mente a possibilità che in seguito sembreranno meno strane. Dante Alighieri descrisse un viaggio attraverso mondi che non si percorrono con piedi ordinari. Il suo cammino parla di paura, comprensione, amore e del viaggio di una persona dalle tenebre verso la luce.

Jules Verne

Secoli dopo, i lettori riconoscono ancora qualcosa del proprio viaggio interiore. Giordano Bruno osò pensare l’universo più vasto dei confini che il suo tempo gli imponeva. Il suo nome mi ricorda quanto sia talvolta difficile accogliere pensieri nuovi. Eppure un’idea può continuare a viaggiare anche quando la voce che l’ha espressa è stata messa a tacere.

Nikola Tesla vedeva nelle forze della natura possibilità che altri non erano ancora in grado di applicare. Il suo lavoro univa immaginazione e tecnica. Questo mi tocca, perché anch’io ho sempre cercato non soltanto di sognare un’idea, ma di renderla visibile e utilizzabile. Non metto queste persone su un piedistallo per adottare ogni dettaglio della loro vita.

Viaggiare prima che fosse possibile

Le cito perché hanno dato spazio alla mente umana. Mostrano che immaginazione e realtà non devono necessariamente combattersi. L’immaginazione può essere la prima officina della realtà. Da ragazzo, e poi da imprenditore, sono sempre stato attirato da chi voleva guardare oltre la superficie.

Di una macchina da caffè volevo capire perché ogni componente si trovasse proprio lì. Nel mondo della ceramica volevo sapere come colore, fuoco e materia formassero insieme una piastrella. Nel software volevo rendere visibile uno spazio prima che fosse costruito. Riconosco lo stesso movimento nei quattro nomi di questo capitolo.

Dante Alighieri

Jules Verne parlava alla mia immaginazione perché portava con sé i lettori senza chiedere prima se la destinazione fosse raggiungibile. Durante la lettura il viaggio esisteva già. È una forza che non dobbiamo sottovalutare. Chi riesce a immaginare qualcosa comincia a guardare diversamente i limiti del proprio tempo.

Un racconto non costruisce una macchina e non posa una ferrovia. Può però risvegliare il desiderio di cercare. Può far sentire a un bambino che il mondo è più grande della sua strada. Può spingere un inventore a osservare un problema da un’altra angolazione.

Un viaggio interiore

Così nasce talvolta un lungo percorso dal sogno al progetto e dal progetto alla realtà. In Dante mi tocca soprattutto l’immagine del viaggio. Una persona scende, si confronta con se stessa e poi cerca di nuovo la luce. Anche la mia vita ha conosciuto movimenti simili.

Dopo una crisi, una perdita o un fallimento, ho spesso dovuto attraversare la mia oscurità prima di poter costruire di nuovo. Non dobbiamo entrare letteralmente nel mondo di Dante per riconoscere qualcosa di quel cammino. Tutti conoscono momenti in cui si smarriscono nel senso di colpa, nella tristezza o nella paura. Tutti possono desiderare anche comprensione, perdono e una direzione nuova.

Giordano Bruno

L’immaginazione rende visibile una realtà interiore che altrimenti sarebbe difficile descrivere. Giordano Bruno mi richiama il coraggio di non rendere l’universo più piccolo di quanto la nostra mente riesca a sopportare. Quando pensiamo che tutto sia già stabilito, un solo pensiero nuovo può riaprire lo spazio. La storia mostra che un pensiero simile incontra talvolta resistenza.

Eppure la domanda continua a viaggiare da una persona all’altra. Anche oggi abbiamo bisogno di quella libertà. La nuova conoscenza comincia spesso da qualcuno che vede un legame che gli altri ancora non vedono. Non ogni pensiero resiste alla verifica.

Ma senza la libertà di esaminarlo non faremmo che ripetere ciò che era già noto ieri.

Un universo più grande

Tesla mi parla perché la sua immaginazione rimaneva legata al fare. Pensava in termini di forze, movimento e applicazioni. Le sue idee dovevano infine funzionare. Lo riconosco nella mia esperienza imprenditoriale.

Un sogno comporta una responsabilità diversa quando le persone vi ripongono fiducia, ci lavorano o vi legano il proprio futuro. Per questo non voglio separare sogno e realtà. Il sogno apre la direzione. Conoscenza, lavoro e perseveranza costruiscono la strada.

A volte raggiungiamo la destinazione. A volte scopriamo lungo il cammino che l’idea deve cambiare. Anche allora la prima immaginazione non è stata inutile. Questi quattro uomini erano diversi.

Nikola Tesla

Uno scriveva romanzi, un altro poesia, un terzo rifletteva sull’universo e il quarto lavorava come inventore. Ciò che li unisce nei miei pensieri è la disponibilità a guardare oltre quanto è immediatamente visibile. Mi ricordano che una mente libera può essere anche umile. Più lontano guardiamo, più chiaramente ci rendiamo conto di quanto ancora non sappiamo.

Questa consapevolezza non chiude la porta. Ci rende più attenti alle nuove possibilità. IF vuole conservare questo atteggiamento. Il libro non chiede di dichiarare vero ogni sogno.

Chiede di non respingere un sogno soltanto perché non ha ancora posto nel nostro modo abituale di pensare.

L’officina della realtà

Possiamo prima ascoltare la domanda che risveglia in noi. Quando l’immaginazione si accompagna all’umanità, può significare molto. Può aiutarci a sviluppare una tecnica migliore, ma anche a comprendere meglio un’altra persona. Possiamo infatti metterci davvero nei suoi panni soltanto se proviamo, per un momento, a sentire come appare il mondo attraverso i suoi occhi.

Pensare liberamente è perciò più di un diritto intellettuale. È una forma di apertura. Dà spazio all’arte, alla scienza, alla spiritualità e all’esperienza personale. Lascia convivere percorsi diversi, senza che una sola persona debba possedere tutte le risposte.

Forse il valore più grande di questi pensatori non risiede nelle previsioni che vengono loro attribuite in seguito. Per me risiede nel movimento che hanno provocato. Hanno spinto le persone a guardare, leggere, cercare e tornare a fare domande. Anch’io, con IF, voglio soltanto avviare un movimento simile.

Dopo questo capitolo il lettore non deve accettare nulla. Basta che un pensiero torni a respirare e che si conceda la libertà di chiedersi che cosa potrebbe ancora essere possibile.

IF — E se…?
Quale pensiero di un’altra persona ha dato più libertà alla vostra immaginazione?

Coincidenze, intuizione e numeri

Alcune coincidenze non chiedono una conclusione affrettata, ma meritano la nostra attenzione.

IF — E se…?

Il caso non esiste

Negli anni ho imparato che una persona ha diversi modi di cercare un senso nei collegamenti. A volte notiamo una coincidenza significativa. A volte la nostra intuizione parla prima che riusciamo a esprimere tutte le ragioni. A volte vediamo nei numeri uno schema che ci aiuta a guardare la nostra vita.

La mia data di nascita, il 5 giugno 1948, mi ha portato, nel mio metodo numerologico, ai numeri 11, 22 e 33. Per me sono diventati specchi dell’intuizione, del costruire e del mettersi al servizio degli altri. Non hanno scritto la mia vita al posto mio. Mi hanno aiutato a trovare parole per forze e contraddizioni che già conoscevo.

Il numero 11 si accorda in modo particolare con IF. Due uno stanno l’uno accanto all’altro, come due colonne con un’apertura nel mezzo. Vi vedo di nuovo il ponte: il visibile da una parte, ciò che intuiamo dall’altra, e in mezzo lo spazio in cui una persona cerca. Il caso non esiste è una convinzione tornata spesso nella mia vita.

Con questo non intendo dire di poter spiegare completamente ogni avvenimento. Intendo che voglio prestare attenzione agli incontri e alle coincidenze che mi insegnano qualcosa. Il significato nasce quando ascolto ciò che toccano nella mia vita. «Il caso non esiste» è un pensiero che appartiene al mio modo di guardare.

Mi invita a prestare attenzione agli incontri e agli avvenimenti che mi toccano.

Una coincidenza significativa

Qui lo uso come un motto personale, non come una legge che dimostri che ogni avvenimento fosse stato predisposto. A volte il significato nasce soltanto quando mi volto indietro. Le macchie rotonde hanno assunto un posto diverso nel mio ricordo dopo l’osservazione sopra Liegi. Anche il 1981 mi colpisce per la corrispondenza tra i miei 33 anni, il calcolo numerologico e la crisi che attraversavo.

Non affermo con questo che un numero abbia causato quella crisi. La differenza tra causa e significato è importante per me. Quando cerchiamo una causa, chiediamo che cosa abbia fatto accadere qualcosa. Quando cerchiamo un significato, chiediamo che cosa susciti in noi e quale posto assuma nella nostra vita.

Un avvenimento può diventare profondamente significativo senza che abbiamo dimostrato una causa nascosta. Non ogni decisione importante della mia vita è cominciata con un calcolo. A volte c’era prima una sensazione. Un segnale quasi impercettibile.

Oppure una fiducia tranquilla che mi diceva di esplorare una certa strada. Questo lo chiamo intuizione. Per me l’intuizione non è una voce magica che ha sempre ragione. Non è nemmeno una scusa per ignorare i fatti.

La vedo come una voce silenziosa che nasce dall’esperienza, dall’amore e dall’attenzione. Tutto ciò che abbiamo vissuto lascia qualcosa dentro di noi. Conversazioni. Sguardi.

Errori. Delusioni. Momenti in cui abbiamo fatto bene a fidarci di qualcuno.

La voce silenziosa

E momenti in cui, a posteriori, abbiamo capito che avremmo dovuto essere più prudenti. La nostra mente non può nominare continuamente tutte quelle impressioni, una per una. Eppure sono custodite da qualche parte dentro di noi. A volte si riuniscono in una sensazione più rapida di un ragionamento completo.

L’ho provato spesso durante la mia carriera. Incontravo qualcuno e sentivo quasi subito se esistesse spazio per una collaborazione sincera. Ascoltavo un’idea nuova e mi accorgevo che qualcosa si risvegliava dentro di me. Oppure ero in una riunione in cui tutte le cifre sulla carta sembravano corrette, mentre un’inquietudine interiore mi spingeva a fare ancora una domanda.

Non ogni sensazione si è rivelata giusta. Nemmeno la mia intuizione mi ha protetto da tutte le decisioni sbagliate. Mi sono fidato di persone che non meritavano quella fiducia. Ho creduto troppo a lungo in certi progetti.

E talvolta ho scambiato la speranza per certezza. Proprio per questo credo che l’intuizione debba sempre accompagnarsi a un esame sincero. Dobbiamo ascoltare ciò che sentiamo. Ma dobbiamo anche guardare i fatti.

Fare domande. Chiarire gli accordi. Ed essere disposti a rivedere la prima impressione quando la realtà mostra qualcos’altro. L’intuizione non è un giudice che pronuncia una sentenza definitiva.

È piuttosto una consigliera fedele che dice a bassa voce:

Guardare e guardare di nuovo

«Guarda ancora.» «Ascolta meglio.» «Qui c’è qualcosa che non comprendi ancora del tutto.» Secondo me l’intuizione migliore nasce dall’attenzione per le persone. Chi ascolta davvero nota più delle sole parole. Un silenzio nel momento sbagliato. Uno sguardo che non coincide con ciò che qualcuno dice.

Una voce che cambia all’improvviso. Oppure la calma e la semplicità con cui parla una persona sincera. Non sono prove. Ma sono segnali che possono invitarci a non passare oltre troppo in fretta.

Dopo la morte di Marco l’intuizione ha assunto per me anche un altro significato. C’erano momenti in cui affiorava all’improvviso un ricordo. Un pensiero. Una sensazione di vicinanza.

Non posso dimostrare da dove arrivino quei momenti. Forse è la mia memoria. Forse è l’amore che continua a vivere dentro di me. Non devo trovarne una spiegazione definitiva.

Basta che mi aiutino a vivere con più attenzione e umanità. Perché l’intuizione non deve mai allontanarci dagli altri. Se ha davvero valore, ci rende invece più sensibili a ciò di cui un’altra persona ha bisogno. Ci aiuta ad accorgerci che qualcuno nasconde tristezza dietro il sorriso.

Che un collaboratore non ha soltanto commesso un errore, ma forse ha anche paura. Che un amico non chiede consigli, ma presenza.

La mia data di nascita

E che un bambino, a volte, ha soprattutto bisogno di sentirsi dire che è amato, anche quando non tutto gli riesce. Con l’età ho imparato ad apprezzare sempre di più il silenzio. Non perché dia automaticamente risposte. Ma perché nel silenzio possiamo udire meglio ciò che il rumore copre.

La nostra paura. La nostra speranza. La nostra coscienza. E talvolta quella dolce domanda interiore:

«Sto agendo per amore o per paura?» Forse è la domanda più importante che l’intuizione possa farci. Non ci dice sempre quale strada sia priva di rischi. Di solito una strada così non esiste. Ma può aiutarci a sentire quale scelta rimanga più vicina alla persona che vogliamo essere.

Per questo ho continuato ad ascoltare quella voce silenziosa. Non ciecamente. Non senza riflettere. Ma con il rispetto che dobbiamo a tutto ciò che la vita ci ha insegnato, spesso senza parole.

Per la maggior parte delle persone i numeri sono segni pratici. Ci dicono che ora è, quanto costa qualcosa, quanti anni ha qualcuno o in quale giorno sia accaduto un avvenimento. Per me, con gli anni, i numeri hanno acquistato un significato più profondo. La numerologia non è per me un gioco né una previsione infallibile del futuro.

La considero il DNA spirituale di una persona: una mappa simbolica di talenti, tensioni, compiti e possibilità. Una mappa non è una prigione.

I numeri 11, 22 e 33

Conserviamo la nostra libertà e rimaniamo responsabili delle nostre scelte. Ma come il DNA fisico dice qualcosa delle nostre predisposizioni, secondo me i numeri possono rendere visibile qualcosa della struttura interiore con cui attraversiamo la vita. La mia data di nascita, il 5 giugno 1948, ne è per me l’esempio più chiaro. Il giorno 5 rappresenta movimento, curiosità, libertà e cambiamento.

Vi riconosco il mio bisogno di scoprire mondi nuovi: tecnica, espresso, ceramica, software, intelligenza artificiale e spiritualità. Il 5 non ama l’immobilità. Anch’io ho continuato per tutta la vita a cercare ciò che poteva essere migliore, diverso o ancora possibile. Il mese 6 rappresenta famiglia, cura, responsabilità e armonia.

Vi riconosco l’altra grande forza della mia vita. Per quanto lontano mi portasse il lavoro, la mia motivazione più profonda rimaneva la famiglia. Dorina, Marco, Michael e più tardi i nipoti formavano il centro intorno a cui ruotava tutto il resto. Anche la tensione tra 5 e 6 mi è familiare.

Il 5 vuole libertà e strade nuove. Il 6 vuole proteggere, custodire e assumersi responsabilità. La mia vita si è spesso svolta proprio tra queste due forze. In questo calcolo il mio anno di nascita porta il numero maestro 22.

Questo numero è spesso chiamato il maestro costruttore. Unisce la visione al compito di realizzare qualcosa di concreto sulla terra. Anche in questo riconosco il mio percorso. Non mi sono limitato a sognare.

Il numero 11

Ho costruito imprese, marchi, relazioni, sistemi di presentazione e, infine, insieme a Marco, la Piramide di Vetro e Piramedia. Non ogni costruzione è rimasta in piedi. Ma ogni tentativo ha lasciato esperienza, conoscenza e legami umani. Il lato in ombra del 22 è la tendenza a portare troppe responsabilità e a credere troppo a lungo che ogni problema possa ancora essere risolto.

Riconosco anche questo. Perseverare è stata una delle mie forze più grandi, ma talvolta anche un peso portato troppo a lungo da solo. Quando unisco giorno, mese e anno di nascita arrivo al 33. In numerologia il 33 è un numero maestro dell’amore, della responsabilità, del servizio e della trasmissione della comprensione.

Quel numero mi tocca, perché aiutare gli altri è un filo conduttore della mia vita. All’inizio aiutavo i clienti con la tecnica, il caffè e l’attività imprenditoriale. Più tardi le persone sono venute da me con altre domande. Chiedevano un’analisi numerologica del loro carattere, della situazione presente o delle tensioni con altre persone.

Alcuni tornavano anno dopo anno. Non perché potessi prevedere la vita al posto loro. Ma perché l’unione di calcolo, intuizione e ascolto attento li aiutava a riconoscere degli schemi. Il 33 mi mostra anche un limite.

Chi si sente chiamato ad aiutare gli altri può dimenticare se stesso. Può assumersi responsabilità che non sono del tutto sue. Può continuare a dare fino quasi a esaurire le proprie forze.

Uno specchio, non una gabbia

Anche questa è una lezione che ho dovuto imparare più di una volta. Se unisco soltanto il giorno e il mese della mia nascita compare l’11. Nel metodo che usavo lo chiamavo il mio numero dell’anima: il numero dell’intuizione, della sensibilità, dell’ispirazione e della ricerca di ciò che si trova dietro la realtà visibile. Non mi sorprende che proprio l’11 compaia nel mio calcolo.

Da bambino conoscevo le esperienze in cui mi sembrava di uscire dal corpo. Più tardi arrivarono l’esperienza tra la vita e la morte e molti momenti in cui la mia intuizione mi chiedeva di guardare con maggiore attenzione. Non uso il numero 11 come prova che la mia spiegazione sia l’unica corretta. Mostra però quanto sia sempre stata presente in me la domanda sull’invisibile.

Anche l’11 contiene una tensione. La sensibilità può portare comprensione, ma anche inquietudine. L’intuizione può dare una direzione, ma non deve sostituire il giudizio lucido. Per questo ho sempre cercato di restare aperto senza rinunciare alla mia libertà di pensiero.

Quando le lettere del mio nome completo vengono trasformate in numeri secondo il sistema numerologico utilizzato, la somma è 54, che si riduce a 9. Il numero 9 è associato all’umanità, alla compassione, alla saggezza maturata nell’esperienza, al compimento e al desiderio di trasmettere qualcosa. Anche qui riconosco perché il successo materiale non abbia mai avuto per me l’ultima parola. Le persone sono rimaste più importanti del prodotto.

Attenzione ai legami

L’incontro più importante del contratto. E con l’età è diventata sempre più forte la domanda su che cosa potessi lasciare ai miei figli, ai nipoti e alle generazioni successive. Questo libro è una risposta. Per me una delle corrispondenze più sorprendenti si trova nel 1981.

Fu l’anno in cui compii 33 anni e nello stesso tempo attraversai una grave crisi. Proprio in quell’anno del numero maestro 33 fui costretto a lasciare andare molte cose, assumermi responsabilità e ricominciare quasi da niente. Poco dopo vissi l’esperienza tra la vita e la morte descritta in precedenza. Non affermo che quel numero abbia causato gli avvenimenti.

Ma non posso nemmeno negare quanto mi colpisca la corrispondenza. Il calcolo e il corso della mia vita sembrano incontrarsi lì come in uno specchio. Il numero 99 ha per me un significato speciale: tre volte 33. Vi riconosco il compimento simbolico di una storia in cui ritornano il costruire, il cadere, l’aiutare, il cercare e il ricominciare.

Il numero non rende più autentico il mio racconto; sono le esperienze a doverlo fare. È un modo personale di guardare i legami nella mia vita. Quando le persone mi chiedevano un’analisi, cominciavo sempre dal calcolo. Ma il significato reale nasceva soltanto nella conversazione.

I numeri aprivano una porta. Dietro quella porta c’era una persona con una storia propria, dolore, speranza e libero arbitrio. La numerologia mi aiutava a dare parole a talenti e contraddizioni che le persone spesso sentivano già profondamente dentro di sé. La usavo per esplorare insieme perché due caratteri forti si scontrassero sempre nello stesso punto.

IF — E se…?
Quale coincidenza vi è rimasta impressa perché ha toccato qualcosa dentro di voi?

Marco e il legame che rimane

L’amore per mio figlio ha cambiato forma dopo la sua morte, ma non è scomparso dalla mia vita.

IF — E se…?

Mio figlio e il mio amico

Nessuna domanda nella mia vita è diventata così profonda come quella su che cosa significhi l’amore quando qualcuno muore. Dalla morte di Marco, il 27 agosto 2009, porto ogni giorno con me questa domanda. La risposta non è arrivata in una frase. È cresciuta nei ricordi, nella mancanza e nella sensazione che il nostro legame non potesse semplicemente scomparire dalla mia vita.

Marco e io andavamo regolarmente insieme a Scherpenheuvel. Vi accendevamo una candela. Quel semplice gesto univa silenzio, speranza e vicinanza.

La curiosità che condividevamo

Oggi non posso pensare a quel luogo senza sentire anche la sua presenza nel ricordo. Più tardi ricevetti, attraverso un medium, due testi scritti a mano che per me acquistarono un significato molto personale. Li considero parte della mia esperienza e del mio legame duraturo con Marco. Il loro valore per me non risiede soltanto nelle parole, ma anche nel momento in cui mi raggiunsero e in ciò che vi riconobbi.

Insieme a Scherpenheuvel

Ho spesso la sensazione che Marco mi aiuti a scrivere i miei libri. Forse quell’aiuto vive nel ricordo delle nostre conversazioni, forse nell’amore che continua a spingermi avanti, forse in un modo per il quale non possiedo parole. Per me non è necessario chiudere quella domanda. IF lascia aperta la porta.

Dopo un addio l’amore può assumere un’altra forma. Può diventare visibile in ciò che custodiamo, trasmettiamo e cerchiamo di essere per gli altri.

Una candela nel silenzio

Quando scrivo parlo con la mia voce, ma porto con me anche qualcosa di Marco. Quando scrivo di lui, cerco spazio per tutta la persona che era. La mancanza appartiene alla mia vita, ma vi appartengono anche la collaborazione, le idee e la curiosità condivisa. Il mio amore per lui comprende più del momento in cui abbiamo dovuto salutarlo.

È qui che si trova un ponte tra ricordo e presenza.

I due testi scritti a mano

Un ricordo può diventare l’occasione per una conversazione con le sue figlie, per custodire una fotografia o per prestare attenzione a qualcuno a cui manca una persona cara. Così un legame del passato continua ad agire nel modo in cui oggi cerco di vivere. Il significato spirituale che gli attribuisco rimane personale. Anche chi non condivide le mie convinzioni può capire quanto sia importante che una persona amata conservi un nome e una storia.

Scrivere pensando a Marco

Possiamo incontrarci su quel terreno umano senza essere d’accordo su ogni spiegazione. Ora che arrivo all’ultima pagina, torno con il pensiero alle persone con cui è cominciato questo racconto. I miei genitori, che lasciarono il mondo che conoscevano. Dorina, con cui ho condiviso una vita.

Marco e Michael, che mi hanno dato il privilegio di essere padre. I miei nipoti, la mia famiglia e gli amici che sono rimasti al mio fianco lungo il cammino. Non ho trovato una risposta a ogni domanda sulla vita e sulla morte.

L’amore dopo l’addio

So però quanto una persona possa significare per un’altra. L’amore non deve spiegare tutto per sostenerci. A volte è una mano sulla spalla, un ricordo custodito insieme o il coraggio di essere di nuovo vicini a qualcuno dopo una giornata difficile. Marco, il tuo posto nel mio cuore rimane.

Continuare a vivere non significa lasciarti indietro. Significa portare ciò che abbiamo condiviso nella cura per chi c’è ancora.

Il ponte rimane aperto

Anche Michael e i miei nipoti hanno il loro posto unico e insostituibile in quell’amore. A te che hai letto questo libro vorrei perciò lasciare soprattutto questo: non aspettare troppo per dire a qualcuno che gli vuoi bene. Ascolta, cerca gli altri e trasmetti i ricordi che altrimenti andrebbero perduti. Se queste pagine aprono una conversazione, offrono conforto o mettono in movimento un piccolo gesto d’amore, il loro significato continua a vivere.

L’oro con cui questo libro è cominciato lo affido, alla fine, di nuovo alle persone che hanno sostenuto la mia vita. Ai miei genitori, a Dorina, Marco e Michael, ai miei nipoti e a tutti coloro che hanno condiviso con noi il proprio calore. Il loro amore e il loro coraggio sono la ricchezza che voglio trasmettere. A loro appartiene l’oro di queste pagine.

Chiudo questo libro con gratitudine. In nome di tutti i miei. Renato

IF — E se…?
Come continua a vivere, nella vostra vita quotidiana, l’amore per una persona assente?

Le migliaia di conversazioni

Le persone non arrivavano soltanto con delle domande. Arrivavano soprattutto con il desiderio di essere ascoltate.

IF — E se…?

Ascoltare prima di parlare

La mia ricerca non è mai rimasta solitaria. Nel corso degli anni migliaia di persone mi hanno raccontato le loro domande, il dolore, i sogni e le coincidenze che non riuscivano a dimenticare. Spesso non venivano per una grande risposta. Cercavano qualcuno disposto prima di tutto ad ascoltare.

Ho scoperto che l’attenzione, a volte, è più importante di una spiegazione. Quando una persona può raccontare la propria storia senza essere subito giudicata, talvolta sente lei stessa ciò che vive nel profondo. I miei calcoli numerologici aprivano spesso una conversazione, ma la persona dietro i numeri rimaneva sempre la cosa più importante. Anche libri e testimonianze di altri mi aiutavano a esplorare il mio percorso.

Ho letto di Edgar Cayce, Jozef Rulof, Robbert van den Broeke, Giorgio Dibitonto e Pier Giorgio Caria. Non ho adottato tutto senza esaminarlo. Ascoltavo ciò che i loro racconti risvegliavano in me, mantenendo come punto di partenza la mia esperienza. IF vuole offrire al lettore lo stesso atteggiamento.

Una storia non deve diventare la vostra per toccare qualcosa dentro di voi. Potete portare con voi un pensiero, lasciarne riposare un altro e tornarci più tardi. Pensare liberamente significa anche che ognuno conserva il proprio ritmo. Guardandomi indietro oggi, mi rendo conto che non si è trattato di qualche centinaio di conversazioni.

Negli anni devono essere state migliaia. Conversazioni sulla numerologia. Sulla spiritualità.

La persona dietro il numero

Sugli strani intrecci di circostanze che a volte chiamiamo caso. Sulla perdita. Sul dolore. Sull’amore.

E molto spesso su Marco. Quelle conversazioni non si svolgevano quasi mai a casa nostra. Dorina non voleva che le persone venissero da noi per colloqui spirituali o per la numerologia. Lei non crede nella spiritualità.

Preferiva inoltre non parlare apertamente di Marco. Non so del tutto perché per lei fosse così difficile. E proprio perché non lo so, non voglio attribuirle motivazioni o sentimenti che non ha mai espresso. Due genitori possono perdere lo stesso figlio e affrontare il dolore in modi completamente diversi.

Io avevo bisogno di parlare. Di condividere ricordi. Di cercare di capire che cosa fosse successo. Dorina non cercava quella condivisione pubblica.

Dove io avevo bisogno di parole, lei preferiva il silenzio. Dove io cercavo il contatto con persone che si ponevano domande simili, lei teneva per sé i propri sentimenti. Nessuno dei due modi rende la perdita meno grande. Ma la differenza tra noi a volte era difficile.

Per me parlare di Marco non era un tentativo di restare nel passato. Era un modo per tenerlo vicino. Marco e io avevamo condiviso così tanto. Il nostro interesse per la tecnologia.

La collaborazione. I sogni. Le interminabili conversazioni e discussioni.

Il dolore che cerca parole

Potevamo essere profondamente in disaccordo. Ma proprio da quelle discussioni nascevano spesso le idee migliori. Dopo la sua morte tutto questo venne improvvisamente a mancare. Non c’era più nessuno con cui potessi parlare nello stesso modo.

Nessuno che capisse esattamente quali sogni avessimo coltivato insieme e quanti anni della nostra vita vi fossero intrecciati. Forse per questo ho continuato a cercare contatto in altre forme. Poiché quelle conversazioni non potevano svolgersi a casa nostra, le avevo altrove. Durante attività spirituali.

Agli incontri. Nei caffè. Durante le passeggiate. Al telefono.

E più tardi, sempre più spesso, su internet. WhatsApp diventò uno strumento importante per comunicare. Alcune conversazioni cominciavano con un breve messaggio. Ma prima che me ne rendessi conto le persone mi raccontavano tutta la propria vita.

A volte qualcuno mi scriveva nel cuore della notte. Una persona che soffriva. Una persona che si sentiva sola. Oppure qualcuno che altrove non osava dire ciò che lo preoccupava davvero.

Anche attraverso un sito su cui parlavo di Marco nacquero molti contatti. Raccontavo la sua vita. La nostra collaborazione. I suoi sogni.

Ma anche la sua morte e le domande con cui ero rimasto, come padre. Inoltre, nel corso degli anni, ho condiviso centinaia di fotografie e video di Marco e della nostra famiglia su diversi social media.

Le esperienze degli altri

Per qualcuno forse erano soltanto immagini. Per me erano frammenti di una vita. Un sorriso. Un viaggio.

Una festa. Un momento di lavoro. Un ricordo di chi fosse davvero Marco. Lo facevo per una ragione molto semplice:

Non volevo che fosse dimenticato. Non volevo che la sua intera vita venisse ridotta all’ultimo giorno. Chi sa soltanto come è morto Marco non sa ancora chi fosse Marco. Era un figlio.

Un padre. Un fratello. Un amico. Un imprenditore.

Una persona piena di idee e di entusiasmo. Qualcuno capace di ridere, sognare, discutere e ispirare gli altri. Condividendo le sue foto, i video e la sua storia cercavo di tenere vive tutte queste parti di lui. Per questo il mondo digitale diventò per me molto più di uno strumento tecnico.

Diventò un luogo della memoria. Un luogo in cui potevo continuare a raccontare Marco. E, allo stesso tempo, un luogo in cui persone da ogni parte venivano da me con le proprie storie. Molte di quelle conversazioni cominciavano con la numerologia.

Qualcuno mi mandava una data di nascita. Un altro parlava di numeri che ritornavano continuamente nella sua vita. Un altro ancora cercava un significato in un avvenimento che non sapeva spiegare. Negli anni ho preparato calcoli o analisi numerologiche per centinaia di persone.

Non ho mai chiesto alcun compenso.

Edgar Cayce

Nemmeno una volta. Lo facevo perché volevo aiutare le persone a riflettere sulla propria vita. I numeri erano spesso soltanto l’inizio. Aprivano una porta.

Ma dietro quella porta c’era sempre un essere umano. Una persona con domande. Con dolore. Con speranza.

Con paure. E con una storia che desiderava essere ascoltata. Accanto a quei colloqui personali ho partecipato, negli anni, a centinaia di attività spirituali e ne ho organizzate molte anch’io. Ho così incontrato persone di provenienze e convinzioni molto diverse.

Alcune erano profondamente credenti. Altre dubitavano di tutto. Altre ancora erano soprattutto curiose. Non ho mai ritenuto necessario che qualcuno credesse nelle stesse cose in cui credevo io.

Non volevo convincere nessuno. Volevo capire. E volevo dare spazio a domande per le quali nella vita quotidiana ce n’è spesso poco. Ciò che ogni volta mi colpiva era la fiducia che le persone riponevano in me.

Talvolta mi raccontavano cose che non avevano mai condiviso con nessun altro. Un dolore rimasto nascosto per anni. Paure che non osavano esprimere nemmeno alla propria famiglia. Esperienze per le quali temevano di essere giudicate o derise.

Ho sempre considerato quella fiducia un privilegio speciale. Le storie personali che mi sono state confidate non mi appartengono per poterle raccontare ad altri. I loro nomi. I loro segreti.

Il loro dolore. Tutto questo rimane con me.

Jozef Rulof e altre voci

Ciò che posso condividere sono le lezioni che tutti quegli incontri mi hanno insegnato. Non ho mai preteso di possedere la verità. Al contrario. Mi vedevo come qualcuno che accompagnava un’altra persona per un tratto di strada.

E, pensando a Dorina, non scrivo perché debba vivere le cose nello stesso modo in cui le vivo io. Ma perché spero che così possa comprendere meglio ciò che è accaduto dentro di me in tutti questi anni. Perché continuavo a parlare di Marco. Perché continuavo a condividere le sue fotografie e i suoi video.

Perché cercavo contatto con così tante persone. Perché la numerologia e la spiritualità erano diventate così importanti per me. E perché sentivo che la storia di Marco dovesse continuare a essere raccontata. Forse questo libro può raggiungerla in un modo in cui un sito, un messaggio WhatsApp o un post sui social media non sono mai riusciti a fare.

Forse tra queste righe riconoscerà di nuovo qualcosa del legame che Marco e io avevamo. Dei nostri interessi comuni. Della collaborazione. Delle discussioni.

Dei sogni. E dell’enorme silenzio rimasto in me dopo la sua morte. Le migliaia di conversazioni che in seguito ho avuto con altri non potevano colmare quel silenzio. Ma hanno fatto sì che non vi rimanessi completamente solo.

Mi hanno insegnato a essere più umile. Più paziente. Più prudente nei giudizi.

Conservare il mio percorso

E più sensibile alla lotta invisibile che ogni persona può portare dentro di sé. Soprattutto hanno confermato una verità in cui ho sempre continuato a credere: ogni essere umano ha bisogno, almeno una volta nella vita, di qualcuno che lo ascolti non soltanto con le orecchie… ma soprattutto con il cuore. La pagina dedicata a Edgar Cayce apre un percorso di lettura sulle sue readings e sugli argomenti spirituali a esse collegati. Per questo libro conta soprattutto la possibilità di confrontare: come parlano tradizioni diverse della coscienza, dei sogni e del significato di una vita?

Il materiale su Cayce non stabilisce che cosa abbia causato le mie esperienze. In Jozef Rulof si incontrano domande sull’aldilà, sull’anima e sulla causa e l’effetto. La nostra pagina contiene anche il necessario contesto critico sulla sua opera. Il mio punto di partenza rimane la pari dignità di ogni essere umano.

Non adotto, come spiegazione della loro sofferenza, un’interpretazione che renda le vittime colpevoli dell’ingiustizia subita. La pagina su Robbert van den Broeke affianca il suo racconto a fonti critiche. Il legame con questo libro risiede nelle domande che le testimonianze possono suscitare. Conoscere un racconto è un passo diverso dal verificare in modo indipendente una spiegazione soprannaturale.

Per Giorgio Dibitonto il racconto Angeli in astronave è centrale. Offre un percorso di lettura in cui una storia di contatto assume un significato religioso e spirituale.

Libertà per ogni lettore

Accanto al mio ricordo di Liegi nasce così un confronto tra le esperienze e il linguaggio con cui chi le racconta cerca di comprenderle. Le pagine su Pier Giorgio Caria e sul caso Amicizia raccolgono contributi sull’ufologia, sui racconti di contatto e sulla spiritualità. Possono aiutare a leggere diverse testimonianze una accanto all’altra. Nessuno di questi racconti stabilisce a posteriori che cosa abbia visto sopra Liegi.

Anche quando una spiegazione rimane aperta possiamo prestare attenzione alle persone che raccontano. Voglio dare al lettore lo stesso spazio di cui io stesso ho bisogno. Un pensiero può essere esaminato, apprezzato, messo in dubbio o accantonato. La meraviglia non obbliga nessuno ad assentire.

Le domande critiche non devono intaccare la dignità umana di chi racconta. Il mio criterio rimane il modo in cui un pensiero agisce nella vita. Mi aiuta ad ascoltare con più cura? Mi rende più sensibile al dolore di un altro?

Lascia spazio alla libertà e alla responsabilità? È qui che i diversi percorsi di lettura incontrano il cammino personale che descrivo in questo libro. Una ricerca personale può accogliere i racconti e le convinzioni degli altri. Per questo diversi autori, relatori e testimoni hanno ricevuto una pagina propria sul sito.

Formano una raccolta da esplorare ulteriormente. Questo non significa che ciascuno di loro spieghi la mia esperienza o che io faccia mia ogni loro affermazione. Il rapporto con la mia storia è soprattutto tematico. Le domande sulla coscienza e sulla sopravvivenza si collegano ai miei ricordi e alla mancanza di Marco.

Le testimonianze su fenomeni sconosciuti offrono un altro contesto in cui pensare a Liegi. Ma il mio ricordo rimane il mio ricordo e la conclusione di un altro autore rimane la sua conclusione.

Ciò che restituiamo al mondo

Per me un pensiero acquista significato quando diventa visibile nel modo in cui viviamo.

IF — E se…?

La legge del boomerang

Pensare liberamente non significa mai, per me, che le nostre azioni siano prive di conseguenze. Al contrario. Più si ampliano i nostri pensieri, più diventa importante chiederci come trattiamo gli altri. Un pensiero spirituale acquista valore soltanto quando si rende visibile nel rispetto, nella cura e nella responsabilità.

Ho spesso chiamato la legge di causa ed effetto la legge del boomerang. Ciò che mandiamo nel mondo torna, in un modo o nell’altro, verso di noi. Una parola dura può rimanere a lungo. Un piccolo gesto di comprensione può ridare coraggio a qualcuno in una giornata difficile.

Il perdono ha un ruolo particolare in questo. Per me perdonare non significa cancellare tutto ciò che è accaduto. Significa non voler permettere al dolore del passato di continuare a governare ogni giorno nuovo. Ho dovuto imparare a essere più indulgente anche con me stesso.

Un momento di luce non deve essere grande. Può cominciare con l’ascolto, una telefonata, una visita o una candela. Queste azioni collegano il mondo delle nostre convinzioni alla vita di tutti i giorni. Rendono il ponte percorribile.

Causa ed effetto

Per me quel ponte comincia nei momenti più ordinari. Nella disponibilità ad ascoltare davvero, anziché vincere una conversazione. Nel coraggio di tornare a dare fiducia dopo una delusione. Nell’attenzione per qualcuno che si sente solo, anche quando non possiamo risolvere il suo dolore.

Non dobbiamo prima spiegare l’invisibile per poter fare qualcosa di buono. Un pensiero sull’amore acquista significato soltanto quando qualcuno sperimenta quell’amore. Una convinzione sul legame tra le persone si rende visibile quando ci prendiamo cura gli uni degli altri, della natura e del mondo che lasciamo a chi viene dopo. Anche qui risuona la domanda di IF.

E se un piccolo gesto viaggiasse più lontano di quanto sapremo mai? E se una parola gentile aiutasse qualcuno a non arrendersi? Non dobbiamo vedere la risposta per scegliere comunque il bene. Tutto ciò che facciamo mette qualcosa in movimento.

A volte ne vediamo subito l’effetto. A volte soltanto anni dopo.

Responsabilità

E molto spesso non sapremo mai fino in fondo quanto lontano sia arrivata l’influenza di una parola o di un gesto. Nel tempo ho cominciato a chiamarla legge di causa ed effetto. Non come un semplice sistema di calcolo in cui ogni persona buona riceve automaticamente felicità e ogni persona cattiva viene punita subito. La vita non funziona così.

Ho visto soffrire persone buone. Ho visto scomparire imprese oneste. Ho vissuto situazioni in cui l’impegno e l’amore non bastavano a impedire una perdita. Nessuno è colpevole di ogni dolore che gli capita.

Una vittima non deve mai essere resa responsabile dell’ingiustizia che un’altra persona le ha inflitto. Per me causa ed effetto significa un’altra cosa. Significa che siamo responsabili di ciò che noi stessi portiamo nel mondo. Una parola può umiliare qualcuno.

Ma una parola può anche ridargli coraggio. Una promessa può costruire fiducia.

Perdono

E infrangere quella promessa può lasciare una ferita che dura molto più a lungo di quanto chi l’ha causata potrà mai immaginare. Una mano tesa può aiutare una persona a rialzarsi in un momento decisivo. E quella stessa persona, anni dopo, può tendere la mano a qualcun altro. Così un’azione prosegue il suo viaggio.

Da una persona all’altra. Da una famiglia all’altra. A volte persino da una generazione alla successiva. Mio padre lasciò l’Italia per dare ai suoi figli un futuro migliore.

Le conseguenze di quella decisione andarono molto oltre ciò che allora poteva prevedere. Toccarono la mia vita. Quella dei miei figli. E oggi anche quella dei miei nipoti.

Una scelta diventò una serie di possibilità nuove. Anche mia madre metteva ogni giorno qualcosa in movimento. Non con grandi discorsi. Ma con la cura.

Con la perseveranza. Con l’amore con cui teneva unita la famiglia. Quell’amore non è scomparso quando la sua vita è finita. Continua a vivere nel modo in cui cerchiamo, a nostra volta, di prenderci cura degli altri.

Prendersi cura del corpo e dello spirito

Questa è la causa e l’effetto nella sua forma più umana. Non una punizione o una ricompensa invisibile. Ma la semplice verità che il nostro modo di vivere lascia tracce. Ho sperimentato questa legge anche nella mia vita professionale.

Quando si lavora onestamente per anni, nasce la fiducia. Non in un solo grande gesto. Ma in centinaia di piccoli momenti in cui si fa ciò che si è promesso. Quando quella fiducia viene tradita, può crollare in un istante.

Ma anche allora rimane una scelta. Lascio che la delusione decida chi diventerò d’ora in poi? Oppure cerco di diventare più prudente senza perdere la mia umanità? Le azioni degli altri hanno conseguenze per noi.

Ma il modo in cui poi continuiamo a vivere torna, in ultima analisi, alla nostra responsabilità. Questo non significa dover accettare tutto. I limiti sono necessari. L’onestà richiede talvolta di prendere le distanze.

Perdonare non significa che qualcuno debba ottenere di nuovo lo stesso potere su di noi. Possiamo però rifiutarci di trasmettere all’infinito il male che abbiamo subito. Chi è stato ferito può ferire gli altri.

Un momento di luce

Ma può anche decidere che la catena si fermi con lui. È una delle scelte più difficili e coraggiose che una persona possa compiere. Penso spesso alle migliaia di conversazioni che ho avuto. Talvolta qualcuno mi diceva, alla fine, che una frase gli era rimasta impressa.

Spesso io stesso ricordavo appena quale frase fosse. Questo mi ha insegnato quanto dobbiamo essere attenti con le parole. Non sappiamo mai quali andranno ad abitare nel cuore di un altro. Per questo nessun gesto sincero di umanità è davvero piccolo.

Una telefonata. Una visita. Delle scuse. Qualcuno disposto ad ascoltare.

Un semplice: «Non sei solo.» Ognuno di questi gesti può avviare un nuovo movimento. Forse non ne vedremo mai il risultato. Ma da qualche parte continuerà a vivere.

Non credo perciò che raccogliamo sempre esattamente ciò che noi stessi abbiamo seminato. La vita è troppo complessa. Credo però che ciò che seminiamo cresca da qualche parte. Nella fiducia.

Nel ricordo. Nel coraggio. O nel dolore. Questa consapevolezza rende importante ogni scelta.

Un piccolo gesto

Non perché dobbiamo vivere in modo perfetto. Nessuno può farlo. Ma perché ogni giorno possiamo provare di nuovo a mettere in movimento qualcosa che renda il mondo un po’ più umano. E quando noi stessi abbiamo sbagliato, possiamo anche creare una causa nuova.

Assumendoci la responsabilità. Chiedendo perdono. Facendo diversamente la volta successiva. Non possiamo cancellare il passato.

Ma possiamo impedire che continui a produrre senza fine lo stesso dolore. È qui che, per me, comincia il lungo cammino verso il perdono. In tempi difficili voglio che questa ricerca offra anche un luogo alle persone che hanno bisogno di sollievo, amore, compassione e comprensione. Questo desiderio si lega a ciò che ho visto così spesso nelle conversazioni: una persona può già ricevere molto quando qualcuno le dedica davvero tempo.

Un momento di luce non deve essere una grande risposta. Può essere una frase che apre uno spazio, un ricordo condiviso o la decisione di rinviare ancora un poco un giudizio.

Il ponte nella vita quotidiana

Così la parola luce trova posto nella vita ordinaria di questo libro. Per la mia storia personale so quanto possa diventare pesante un periodo in cui molte cose vengono meno insieme. La crisi del 1981, la perdita di persone care e gli anni difficili appartengono alla persona che sono oggi. Non devo abbellire quegli avvenimenti per riconoscere che hanno cambiato la mia attenzione verso gli altri.

Chi vuole aiutare non deve sempre trovare le parole giuste. A volte comincia chiedendo se l’altro vuole raccontare. A volte con una visita o un messaggio. A volte con la disponibilità a restare in silenzio mentre un’altra persona cerca le parole.

Non voglio usare un pensiero positivo per respingere il dolore. La speranza può stare accanto alla tristezza. La gratitudine può stare accanto alla mancanza. Una giornata difficile non deve prima scomparire perché ci sia spazio per un gesto gentile.

È qui che, per me, torna l’immagine del ponte. Ciò che in un momento particolare ho vissuto come pace o legame voglio portarlo nei rapporti con gli altri. Il suo valore cresce quando qualcuno si sente ascoltato o torna a scorgere una piccola possibilità. Forse oggi potete far sentire a una persona che la sua esistenza conta.

Senza grandi discorsi, senza dover risolvere nulla. Soltanto con attenzione. Anche questo può viaggiare più lontano di quanto sapremo mai.

IF — E se…?
Quale vostro piccolo gesto può portare luce oggi?

Il ponte aperto

Alla fine di questo libro la domanda rimane. Non è una mancanza, ma il suo destino.

IF — E se…?

Il Renato di oggi

Quando, intorno al 2000, scrissi il primo IF, non sapevo quale strada avrebbe ancora percorso il libro. La carta scomparve. La domanda rimase. Oggi capisco che un pensiero non è perduto finché continua ad agire dentro una persona.

La mia vita ha dato a quelle due lettere un contenuto nuovo. IF porta ora con sé il bambino che sembrava fluttuare sopra il letto, l’uomo che dopo una crisi provò pace, il testimone sotto il cielo di Liegi, il costruttore della Piramide di Vetro e il padre che continua ad amare Marco. Porta anche tutte le persone che mi hanno dato fiducia.

Ciò che la vita ha aggiunto

I loro racconti mi hanno insegnato che il dubbio non deve essere un vuoto. Può diventare uno spazio aperto in cui ascoltiamo con maggiore cura e ci avviciniamo alla nostra verità. La realtà è più grande di ciò che una sola persona può abbracciare. Ne conosciamo una parte attraverso i sensi, una attraverso il sapere e una attraverso l’esperienza.

Accanto a questo rimane spazio per l’immaginazione, la fede e la speranza. È in quello spazio che IF vuole respirare. Forse, dopo l’ultima pagina, un lettore non avrà una risposta nuova. Forse avrà ritrovato il desiderio di riprendere un vecchio sogno, ascoltare qualcuno senza giudicarlo o guardare le stelle con occhi diversi.

È abbastanza.

Tra sapere e sentire

La domanda rimane aperta. Da ora non appartiene soltanto a me, ma a chiunque osi pronunciarla. E se? Questo libro nasce dalla mia vita.

Dalle persone che ho amato, da ciò che ho costruito e perduto e dalle esperienze per le quali non sempre ho trovato le parole giuste. Alcuni ricordi hanno una data. Altri continuano a vivere soprattutto in una sensazione: meraviglia, pace, mancanza o il sospetto che ci sia più da scoprire di quanto vediamo a prima vista. In La mia vita ho raccontato la famiglia, le radici italiane, l’infanzia in Belgio, il lavoro e le persone che mi hanno formato.

Il dubbio che lascia spazio

Con questo libro voglio mostrare quella stessa persona dall’interno. L’imprenditore che ricominciava ogni volta, il padre a cui manca Marco e il bambino che si meravigliava non sono persone separate. Appartengono l’uno all’altro. Le loro esperienze formano insieme il ponte che qui cerco di descrivere.

Da una parte di quel ponte c’è la terra: la vita quotidiana, la responsabilità, le relazioni, il nostro corpo e la cura reciproca.

La realtà continua a crescere

Dall’altra ci sono le domande che associo alla parola cielo: che cos’è la coscienza, che cosa significa l’amore, che cosa rimane quando qualcuno muore e come facciamo spazio a qualcosa che viviamo intensamente ma non comprendiamo del tutto? Tra queste due sponde si trova la mia ricerca. Non scrivo perché sappia rispondere a ogni domanda. Scrivo perché tacere su ciò che mi ha toccato lascerebbe non raccontata anche una parte della mia vita.

Le mie esperienze non devono essere comprese da tutti nello stesso modo. Qualcuno vi si riconoscerà. Un altro cercherà spiegazioni diverse. Entrambi sono benvenuti come lettori.

Osare di nuovo sognare

Per questo lascio convivere in queste pagine il mio racconto e l’approfondimento. Prima racconto ciò che ricordo. Poi concedo più spazio alle domande che ne nascono. A volte un’esperienza richiama ciò che altri chiamano uscita dal corpo, coincidenza significativa o intuizione.

Quel riconoscersi è l’inizio di una conversazione. Non stabilisce una volta per tutte la spiegazione. La numerologia ha assunto un posto particolare in questo dialogo. I numeri mi hanno aiutato a riflettere sul mio cammino e hanno aperto la porta alle storie degli altri.

Ma la persona dietro il calcolo è rimasta più importante del numero. Vale anche per questo libro.

Un dono al lettore

La mia vita non si lascia ridurre a una formula, e nemmeno quella del lettore. La mancanza di Marco attraversa molti di questi capitoli. Ricordarlo significa per me continuare a vedere la sua vita: le idee, l’entusiasmo, la nostra collaborazione e le conversazioni che potevamo avere. Allo stesso tempo Michael, i miei nipoti, Dorina, i miei genitori, la famiglia e gli amici appartengono all’amore che mi lega alla vita.

L’attenzione per chi mi manca voglio portarla a chi oggi mi sta accanto. Spero che questo libro diventi un luogo d’incontro. Un luogo in cui una persona possa fare una domanda senza essere subito giudicata.

IF

Dove il dolore non sia una colpa. Dove curiosità e riflessione attenta possano aiutarsi. E dove un pensiero acquisti davvero valore quando cambia qualcosa nel modo in cui ci trattiamo. Questo libro è cominciato dalla domanda su come la mia vita e la mia ricerca interiore si tocchino.

Lungo il cammino il bambino, il padre, l’imprenditore e l’ascoltatore si sono incontrati ogni volta. Le esperienze sono diverse, ma la persona che cerca di capire e di amare attraversa tutti i capitoli. Si aggiungeranno nuovi racconti. Forse riuscirò a esprimere più chiaramente alcuni ricordi.

Forse una conversazione mi farà guardare di nuovo un pensiero diventato familiare. Voglio conservare quello spazio. Ciò che spero di trasmettere è il coraggio di vivere con attenzione. Di lasciare aperta una domanda senza lasciare sola la persona che la pone.

Di assumersi la responsabilità di ciò che noi stessi mettiamo in movimento. E di portare avanti, nei nostri gesti, l’amore che abbiamo ricevuto. Crescere nella condivisione e nella consapevolezza. Renato Rossi

IF — E se…?
Quale significato date voi alle parole «e se»?

Fine · Renato Rossi

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